A chi appartiene il Kiwanis?

Come il Kiwaniani dovettero riscattare se stessi

Il titolo sembra un paradosso, ma nella storia del Kiwanis ci fu un momento in cui i kiwaniani stavano per perdere la propria organizzazione.

Dopo la fondazione dei primi club fu subito chiaro che l’impostazione data da Joseph Browne, club di imprenditori dediti a realizzare il massimo del profitto attraverso i club Kiwanis, non rispondeva alle aspettative dei soci. Donald A. Johnston e i componenti del club di Detroit per primi, avevano capito, come aveva scritto Aristotele nel 350 a.C. che ogni uomo va alla ricerca della felicità e che la felicità si può trovare solo dedicandosi con impegno al servizio degli altri. Il Kiwanis doveva essere un club aperto ai bisogni della comunità e i soci dovevano essere sempre pronti ad aiutare chi era in difficoltà. Gli altri club che nel frattempo si erano costituiti condividevano questa impostazione ma non Browne.

Browne per evitare di perdere ogni diritto sul Kiwanis registrò il nome e il logo Kiwanis presso l’ufficio federale di Columbus in Ohio. Il Kiwanis era di fatto adesso sua proprietà e chiunque avesse usato il nome o i simili avrebbe commesso un reato e avrebbe dovuto chiedere a lui l’uso dopo aver pagato una sorta di tassa annuale pari a un dollaro per socio e altri 25 per club. Inoltre Browne avrebbe deciso chi poteva far parte del Kiwanis.

L’inizio del 1916 per Browne non poteva essere migliore. Erano stati aperti 34 club e aveva guadagnato diversi dollari.

Delegati alla convention del 1916

La convention del 1916 a Cleveland si aprì in un clima di generale nervosismo. Solo
Browne conosceva i componenti del Kiwanis e gli effettivi delegati, il Kiwanis gli apparteneva totalmente! Browne decise l’ordine del giorno e presiedette i lavori e l’elezione del primo presidente George F. Hixon del club di Rochester.

L’anno successivo durante la convention di Detroit avvenne però qualcosa che cambiò il corso della storia del Kiwanis. Erano stati aperti altri club, il Kiwanis stava crescendo, ma le pretese di Browne cominciavano a stancare i kiwaniani, che volevano essere protagonisti delle loro scelte. Browne rifiutò questa richiesta di democrazia. Per primo il club di Baltimora reclamò l’indipendenza, dichiarando apertamente che il Kiwanis non poteva appartenere ad una sola persona e chiese l’immediato annullamento del contratto, che vincolava i club a Browne. Altri club si associarono immediatamente alla richiesta e George Hixon chiese ufficialmente a Browne la cancellazione di ogni vincolo e la licenza del nome e del marchio Kiwanis. Browne ovviamente rifiutò.

George Hixon

La convention del 1919 iniziò in un clima di grande tensione. Browne non aveva nessuna intenzione di cedere il marchio  ai club che unanimemente  reclamavano la loro indipendenza. Erano stati nominati anche dei negoziatori, che Browne si era rifiutato di incontrare. Egli se ne stava nella sua stanza d’albergo convinto che alla fine, anche questa volta il Kiwanis sarebbe rimasto saldamente nelle sue mani.

Dopo varie insistenze Browne accettò di incontrare Louis Hammerchmidt uno dei negoziatori. Louis senza mezzi termini gli disse che se non accettava di cancellare i vincoli contrattuali tutti i club avrebbero restituito la charter e lui sarebbe rimasto con un pugno di mosche in mano.

Browne non si fece impaurire e con la sua usuale boria disse: “…se volete avere la proprietà del nome e del marchio Kiwanis mi dovete consegnare 18.000 dollari in contanti entro due giorni”.

Era una richiesta quasi impossibile da accettare, ma Louis non si perse d’animo. Tornò nella sala dove erano riuniti i delegati e riferì della pretesa di Browne. Alcuni soci si offrirono subito di pagare tutta la somma, ma Harry Karr, il tesoriere e altri componenti del cda dissero: “Il Kiwanis deve appartenere a tutti i soci e non solo a pochi“. Tutti i delegati fecero a gara per raccogliere la cifra stabilità e in 24 ore consegnarono a Browne il denaro in cambio di ogni diritto sul nome e sul marchio Kiwanis. Il Kiwanis aveva riscattato se stesso.

Questi fatti accaduti un secolo fa, ci dovrebbero far capire, che chi pensa di voler diventare “il padrone” di un club, di una divisione, di un distretto, non ha proprio capito che il suo posto non è tra noi. 

 

 

 

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