San Gregorio, San Basilio e l’etica kiwaniana

Tornando un attimo sul problema dell’etica in generale cito sempre questa bellissima lettera scritta da San Gregorio e indirizzata a San Basilio. Siamo nel IV secolo d.C. entrambi nascono in Cappadocia, in Anatolia. Vanno a studiare ad Atene e seguono strade diverse. Uomo di azione Basilio, che fonderà un ordine monastico importante, i Basiliani. Uomo mistico, ascetico Gregorio.

In quel tempo la Chiesa è minacciata dall’eresia ariana che pretende Cristo solo uomo, ha bisogno della fede di Basilio: che diventa prete, ausiliario del vescovo, vescovo lui stesso a Cesarea, poi metropolita in Cappadocia. Il suo primo atto è moltiplicare gli episcopati e nominare Gregorio vescovo di Sasim. È la crisi: non solo ti servi di me come una pedina, scrive Gregorio, ma mi spedisci in un posto infame, in una stazione di carovane; mentre tu te ne stai nell’illustre sede di Cappadocia. Ma Gregorio rifiuta la nomina anche quando viene eletto vescovo nella sua città natale. Gli interessa solo infiammare le anime; va a Costantinopoli e fonda la cappella dell’Anastasis, Resurrezione, dove predica così bene da essere minacciato e malmenato da squadracce di ariani e pneumatomachi che negano la divinità dello Spirito Santo.

Quando l’imperatore Teodosio riesce finalmente a riunire un Concilio, il III, trionfano le dottrine elaborate da Basilio e Gregorio. Teodosio lo vuole subito vescovo di Costantinopoli: nella gerarchia, un grado superiore a Basilio. Ma Gregorio non può accettare senza prima consultare l’amico. 

”Eravamo ad Atene, partiti dalla stessa patria, divisi, come il corso di un fiume, in diverse regioni per brama d’imparare, e di nuovo insieme, come per un accordo, ma in realtà per disposizione divina.
Allora non solo io mi sentivo preso da venerazione verso il mio grande Basilio per la serietà dei suoi costumi e per la maturità e saggezza dei suoi discorsi che inducevo a fare altrettanto anche altri che ancora non lo conoscevano. Molti però già lo stimavano grandemente, avendolo ben conosciuto e ascoltato in precedenza.

Che cosa ne seguiva? Che quasi lui solo, fra tutti coloro che per studio arrivavano ad Atene, era considerato fuori dell’ordine comune, avendo raggiunto una stima che lo metteva ben al di sopra dei semplici discepoli. Questo l’inizio della nostra amicizia; di qui l’incentivo al nostro stretto rapporto; così ci sentimmo presi da mutuo affetto.

Quando, con il passare del tempo, ci manifestammo vicendevolmente le nostre intenzioni e capimmo che l’amore della sapienza era ciò che ambedue cercavamo, allora diventammo tutti e due l’uno per l’altro: compagni, commensali, fratelli. Aspiravamo a un medesimo bene e coltivavamo ogni giorno più fervidamente e intimamente il nostro comune ideale.

Ci guidava la stessa ansia di sapere, cosa fra tutte eccitatrice d’invidia; eppure fra noi nessuna invidia, si apprezzava invece l’emulazione. Questa era la nostra gara: non chi fosse il primo, ma chi permettesse all’altro di esserlo.
Sembrava che avessimo un’unica anima in due corpi. Se non si deve assolutamente prestar fede a coloro che affermano che tutto è in tutti, a noi si deve credere senza esitazione, perché realmente l’uno era nell’altro e con l’altro.

L’occupazione e la brama unica per ambedue era la virtù, e vivere tesi alle future speranze e comportarci come se fossimo esuli da questo mondo, prima ancora d’essere usciti dalla presente vita. Tale era il nostro sogno. Ecco perché indirizzavamo la nostra vita e la nostra condotta sulla via dei comandamenti divini e ci animavamo a vicenda all’amore della virtù. E non ci si addebiti a presunzione se dico che eravamo l’uno all’altro norma e regola per distinguere il bene dal male.

E mentre altri ricevono i loro titoli dai genitori, o se li procurano essi stessi dalle attività e imprese della loro vita, per noi invece era grande realtà e grande onore essere e chiamarci cristiani. “
Gregorio Nazianzeno (Disc. 43, 15. 16-17. 19-21; PG 36, 514-523)

Non volendo entrare nelle scelte religiose di ognuno, il passo della lettera in cui Gregorio:” Questa era la nostra gara: non chi fosse il primo, ma chi permettesse all’altro di esserlo”, racchiuda la vera essenza di ogni socio e officer, non uno che primeggia sulla pelle dell’altro ma uno che è primo nel far primeggiare l’altro. “l’uno all’altro norma e regola per distinguere il bene dal male”.

Che ne pensate?

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Commenti

  1. Alfredo 19 Gennaio 2018
    • Franco Conti 6 Febbraio 2018
      • Francesco 6 Febbraio 2018
  2. Franco Gagliardini 15 Gennaio 2018

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